Nel 2025 la spesa per la sanità digitale in Italia ha raggiunto 2,7 miliardi di euro (+9% in un anno) e gli investimenti specifici in intelligenza artificiale e analytics sono passati da circa 121 milioni del 2022 a 228 milioni: quasi +90% in tre anni . Eppure solo il 30% dei medici dichiara di aver ricevuto una formazione sull’AI e appena il 2% degli specialisti possiede competenze considerate buone o ottime. È in questo scarto — molte risorse, poche persone pronte a usarle — che si decide, oggi, il futuro dell’AI in sanità, assai più che nelle promesse o negli allarmi che ne accompagnano il racconto pubblico


Semplificando il lavoro dei professionisti e trasformando le infrastrutture tecnologiche da sistemi prevalentemente amministrativi a sistemi di cura, diranno, probabilmente, gli esperti di programmazione sanitaria raccolti a Welfair. Ma per farlo bisogna accettare che tecnologia non è mai neutra. Un sistema digitale che porta un vantaggio clinico-assistenziale, che fa lavorare meglio i professionisti attorno al paziente, è una buona innovazione. Altrimenti, è un ‘rumore tecnologico’ che duplica il lavoro e spreca le risorse. Per questo tutte le innovazioni che si vogliono introdurre debbono necessariamente essere validate da dati coerenti clinici e di sostenibilità economica.
Come evidenziato dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel parere del febbraio 2026, l’ingresso dell’AI rappresenta una discontinuità epistemica e organizzativa che impone una revisione dei paradigmi tradizionali, in particolare in materia di consenso informato e tutela della persona.

