La salute della donna non può più essere letta come una somma di bisogni clinici distinti, ma come un percorso continuo che attraversa fasi della vita profondamente diverse – infanzia, età fertile, maturità e menopausa – ciascuna caratterizzata da specificità biologiche, bisogni assistenziali e determinanti sociali propri.
Le evidenze prodotte negli ultimi anni, anche grazie al lavoro del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità, mostrano come le differenze di genere incidano in maniera significativa sulla prevenzione, sull’insorgenza delle patologie, sulla risposta ai trattamenti e sugli esiti di salute. Tuttavia, queste evidenze faticano ancora a tradursi in modelli organizzativi strutturati e omogenei all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.
Persistono frammentazioni tra ambiti clinici, discontinuità nei percorsi di presa in carico e disuguaglianze territoriali che limitano l’efficacia degli interventi lungo tutto il ciclo di vita. A ciò si aggiunge una scarsa integrazione tra dimensione sanitaria e sociale, particolarmente evidente in fasi come la maternità, la transizione menopausale e la gestione delle cronicità.
In un sistema che cura, la medicina di genere deve diventare un criterio trasversale di qualità, capace di orientare prevenzione, diagnosi, organizzazione dei servizi e modelli assistenziali. Il passaggio da un approccio per episodi a una presa in carico lungo il ciclo di vita rappresenta una sfida di governance prima ancora che clinica.
Il tavolo si propone di analizzare come tradurre le indicazioni scientifiche in politiche sanitarie e modelli organizzativi concreti, individuando strumenti per garantire continuità assistenziale, appropriatezza e equità di accesso nelle diverse fasi della vita della donna.